
Incontriamo Marcio Villa Bahia in occasione del concerto tenuto al Pavaglione di Lugo da Hermeto Pascoal e la sua band, inserito nell’ambito della rassegna jazz estiva Crossroads organizzata da Ejn – Europe Jazz Network – di Ravenna. Batterista militante da oltre un ventennio nella band di Pascoal, una delle punte dell’avanguardia della musica strumentale a livello mondiale, Marcio è anche un turnista molto richiesto in vari contesti - le sue collaborazioni spaziano dalle big band alla bossanova, dall’avanguardia alla musica da camera – ed un insegnante stimato per i suoi workshop - PercPan di Bahia, Incontro PanAmericano di Percussioni, etc. – in tutto il mondo.
Qual è stata la tua formazione musicale?
Ho cominciato da ragazzino studiando come autodidatta a Niteroi, la mia cittadina natale, luogo non molto distante da Rio de Janeiro: in seguito presi lezioni individuali da un batterista locale che mi insegnò le prime nozioni di lettura e di tecnica, e mi interessai così al jazz. Mi iscrissi poi al Conservatorio Villa-Lobos e studiai con vari professori molto importanti dell’epoca oramai scomparsi, quali Edgardo Nunes Rocca, Zé Claudio das Neves e Hugo Tagmin. Feci parte del gruppo di percussioni per musica erudita del conservatorio, nel quale suonavo xilofono, vibrafono, rullante e timpani; con tale formazione vincemmo il primo Concorso della Scuola Villa-Lobos, ed io personalmente il primo premio come solista. Contemporaneamente incidevo e mi esibivo con le band Íris e o circo e Banda de lá, e integravo il gruppo di percussioni ed il relativo corpo docente di Radio Mec: in seguito lavorai per tre anni con l’Orchestra Sinfonica del Teatro Municipale di Rio de Janeiro. Avevo la possibilità di esibirmi spesso con loro, ma purtroppo i vincoli contrattuali con l’orchestra facevano sì che dovessi spesso rinunciare a lavorare come batterista, che era il mio vero sogno: a 25 anni, nel Dicembre del 1980, decisi quindi di uscire dall’orchestra e subito entrai nel gruppo di Hermeto Pascoal, la qual cosa cambiò totalmente la mia concezione della musica! In seguito, i due mondi si sono incontrati: ora quando Hermeto scrive per orchestra sinfonica io aiuto nelle prove, visto che so come le cose dovrebbero funzionare in tale contesto.
Che importanza hanno avuto gli studi classici nella musica che suoni ora?
Dunque, diciamo che gli studi classici sono in grado di dotarti di una sonorità molto raffinata: in esecuzione devi riuscire ad esempio a suonare un pianissimo, ma con intensità, capisci? L’uso delle dinamiche! Molti batteristi quando devono suonare piano perdono il groove, ma bisogna saper catturare l’interesse di ascolta anche suonando a bassissimi volumi. Le dinamiche di una band sono nelle mani del batterista, poiché egli ha questo potere: se suona forte tutto il tempo, anche il resto del gruppo si comporterà in tale maniera, se al contrario suona piano, spingerà anche gli altri ad usare la stessa dinamica. Ovvero, io sono la persona che all’interno di una band deve dare il ritmo, ma cos’è che mi ispira a suonare? Non è il ritmo che mi ispira a suonare, è l’armonia, la melodia, sono loro che conducono.
Immagino che le prove con la band di Pascoal siano qualcosa di molto impegnativo...
Nei primi 10 anni dell’esperienza con Hermeto provavamo sei ore al giorno, dal lunedì al venerdì, e non si riusciva a suonare con altri gruppi perché la quantità di lavoro era davvero grande. Solo a partire dal 1996 ho avuto più tempo, e oggi prendo parte a diverse situazioni oltre a quella con Hermeto: ad esempio, suono bossanova con Marcos Valle, Leni Andrade, Johnny Alf, João Donato, e chôro e jazz col quartetto di Hamilton de Hollanda.
C’è spazio per l’improvvisazione nelle composizioni di Pascoal?
Molto: mi dice sempre che tutto quello che scrive per la batteria sono guide, ma dipende da me cosa voglio suonare. Se c’è qualcosa che non gli piace allora me lo dice, ma è normale visto che il suo ruolo è quello del leader, tanto che può dare dei suggerimenti durante lo svolgimento stesso di uno show. Anche il resto della band crea durante i concerti, è una costante che Hermeto ricerca esplicitamente: per questo il lavoro del gruppo di Pascoal è stato paragonato a quello di Frank Zappa e della Sun Ra Orchestra.
Ho visto che il set con il quale ti esibisci nel quartetto di Hamilton de Hollanda prevede un tamborím posizionato al posto di un tom, spesso suonato con le spazzole:
Quello è un set misto concepito in modo tale che quando ascolti sembra che ci siano un batterista ed un percussionista che suonano assieme: ho sviluppato questa visione suonando con Hermeto. Adoro le percussioni, e credo che ogni batterista dovrebbe suonarle, perché aprono i tuoi orizzonti: posso pensare al drumset come ad un’insieme di percussioni i cui pezzi posso usare a mio piacimento, oppure come ad una batteria tradizionale, dipende dalla situazione nella quale mi trovo. Con Hermeto, ad esempio, devo avere una mentalità prettamente batteristica, però quando posso preferisco pensare da percussionista, in quanto credo che il lavoro risulti più creativo: tale visione permette infatti di rimanere più aperti ai cambiamenti di timbro, dinamica e sonorità, e fa si che si possa uscire dall’aspetto più propriamente del groove per entrare in quello dei colori, dimensione che le percussioni propiziano molto.
Che differenza di mentalità devi avere tra il suonare in un contesto di musica strumentale e l’accompagnare invece dei cantanti?
Ogni cosa ha il suo posto: se sto accompagnando qualcuno, supponiamo un cantante, devo fornirgli il supporto necessario del quale ha bisogno, ma questo non significa che io debba suonare burocraticamente: solitamente quando ascolto un disco di bossanova è tutto suonato in modo molto burocratico! Invece, ad esempio, a Roberto Menescal e Wanda Sá piace suonare con me perché quando suono butto la legna sul fuoco, come dicono loro, sto sempre lì a spingere: questo però sempre rispettando lo stile, lo spazio che ho a disposizione e i musicisti con i quali sto suonando. Penso che bisogna mantenere questo elemento creativo, cioè l’avere per meta il dare un supporto stabile e piacevole a chi si sta accompagnando, ma senza necessariamente autoincarcerasi. Ci sono musicisti ai quali ciò non va bene, e anche questo va accettato: se qualcuno mi chiede di suonare in maniera più standard durante una registrazione allora lo faccio, ma normalmente ho il piacere che le persone mi lascino quella libertà della quale parlavo poc’anzi. Comunque, devi essere in linea con l’idea che ti sta venendo richiesta e aperto alle necessità degli altri: credo sia una postura professionale importante.
Hai lavorato anche con musicisti europei e nordamericani: le mentalità che hanno sono differenti in maniera significativa dalla tua? E sei tu che ti devi adattare al loro modo di lavorare, o viceversa?
No, a loro piace la maniera nella quale lavoro: vedi, quando queste persone ti chiamano, lo fanno proprio perché che tu possiedi quell’elemento che a loro manca. L’anno scorso mi invitarono ad esempio Gilson Peranzeta e Joyce a Colonia per partecipare ad un progetto chiamato Brasil Today, che prevedeva l’affiancamento di un batterista alla big band della WDR per provare, registrare e proporre dal vivo il materiale prodotto. I musicisti facenti parte della big band non mi conoscevano e suggerirono di chiamare un batterista americano che suonava musica brasiliana, ma Joyce pretese che fossi invece io a prendere parte alla cosa. Rimasi in Germania un mese per lavorare a Brasil Today, e adesso che la stessa big band sta preparando un nuovo progetto mi ha richiamato per farne parte, inoltre l’anno prossimo sarò in Danimarca a lavorare con un’altra big band del posto. Certo, all’inizio c’è sempre un po’ di preoccupazione: “arriva questo qua dal Brasile”, “andrà tutto bene?”. Io tranquillizzo sempre tutti, ma sulle prime c’è un po’ si apprensione: poi quando vedono come lavoro, che leggo a prima vista, etc., le persone si sciolgono e le cose vanno sempre bene. Penso che tu debba essere in grado di trovarti in qualsiasi parte nel mondo e poter suonare con i musicisti locali: quindi, devi essere preparato.
Svolgi anche un’attività di insegnamento?
Lavoro molto come insegnante, a Rio de Janeiro dò molte lezioni individuali e conduco diversi workshop. Ne ho tenuto uno al conservatorio di Colonia, quando ho lavorato lì per il progetto Brasil Today, e ne ho fatto uno anche a Norimberga. Tutti gli anni insegno a Brasilia dove in Gennaio si tiene un corso di tre settimane che si chiama Corso Internazionale estivo della Scuola di Musica di Brasilia, al quale prendono parte studenti da tutto il mondo. Ci insegno batteria già da quattro anni, e soltanto lì ho 40 allievi, è un lavoro molto intenso! Però mi piace perché a Brasilia insegno la parte di musica popolare ma suono nell’orchestra sinfonica, con la big band, suono musica da camera, etc: inoltre, insegnare è una maniera per riprendere argomenti studiati in passato. Comunque studio molto per poi dimenticare, ossia arrivare al concerto e creare usando ciò che è già nel mio subcosciente, in relazione a ciò che la musica mi richiede.
Ho visto che hai suonato al festival di musica strumentale di Niteroi organizzato da Arthur Maia: com’è la scena della musica strumentale in Brasile, e qual’è la sua importanza?
Questo genere musicale non ha mai avuto molto appoggio dai media in Brasile, ma la situazione è migliorata molto: a Rio de Janeiro ci sono diversi progetti di musica strumentale, con dei giovani che suonano davvero bene e vari locali dove potersi esibire. Questo tipo di musica ha un compito molto importante, che è quello di formare i grandi strumentisti brasiliani. C’è anche chi preferisce accompagnare cantanti per tutta la vita, ma io scelgo sempre la strada contromano, per me l’ultima scelta è accompagnare un cantante: io sono figlio della musica strumentale! I cantanti coi quali suono non sono cantanti ma amici, come Roberto Menescal e Wanda Sá, che mi lasciano la libertà di esprimermi. E’ interessante che queste persone, considerati i vecchi della bossanova, mi diano piena libertà espressiva, no?
I tuoi prossimi progetti?
Sto registrando il mio primo disco solista ora, a 46 anni, e tornerò tra poco in Brasile per terminarlo.
Qual è stata la tua formazione musicale?
Ho cominciato da ragazzino studiando come autodidatta a Niteroi, la mia cittadina natale, luogo non molto distante da Rio de Janeiro: in seguito presi lezioni individuali da un batterista locale che mi insegnò le prime nozioni di lettura e di tecnica, e mi interessai così al jazz. Mi iscrissi poi al Conservatorio Villa-Lobos e studiai con vari professori molto importanti dell’epoca oramai scomparsi, quali Edgardo Nunes Rocca, Zé Claudio das Neves e Hugo Tagmin. Feci parte del gruppo di percussioni per musica erudita del conservatorio, nel quale suonavo xilofono, vibrafono, rullante e timpani; con tale formazione vincemmo il primo Concorso della Scuola Villa-Lobos, ed io personalmente il primo premio come solista. Contemporaneamente incidevo e mi esibivo con le band Íris e o circo e Banda de lá, e integravo il gruppo di percussioni ed il relativo corpo docente di Radio Mec: in seguito lavorai per tre anni con l’Orchestra Sinfonica del Teatro Municipale di Rio de Janeiro. Avevo la possibilità di esibirmi spesso con loro, ma purtroppo i vincoli contrattuali con l’orchestra facevano sì che dovessi spesso rinunciare a lavorare come batterista, che era il mio vero sogno: a 25 anni, nel Dicembre del 1980, decisi quindi di uscire dall’orchestra e subito entrai nel gruppo di Hermeto Pascoal, la qual cosa cambiò totalmente la mia concezione della musica! In seguito, i due mondi si sono incontrati: ora quando Hermeto scrive per orchestra sinfonica io aiuto nelle prove, visto che so come le cose dovrebbero funzionare in tale contesto.
Che importanza hanno avuto gli studi classici nella musica che suoni ora?
Dunque, diciamo che gli studi classici sono in grado di dotarti di una sonorità molto raffinata: in esecuzione devi riuscire ad esempio a suonare un pianissimo, ma con intensità, capisci? L’uso delle dinamiche! Molti batteristi quando devono suonare piano perdono il groove, ma bisogna saper catturare l’interesse di ascolta anche suonando a bassissimi volumi. Le dinamiche di una band sono nelle mani del batterista, poiché egli ha questo potere: se suona forte tutto il tempo, anche il resto del gruppo si comporterà in tale maniera, se al contrario suona piano, spingerà anche gli altri ad usare la stessa dinamica. Ovvero, io sono la persona che all’interno di una band deve dare il ritmo, ma cos’è che mi ispira a suonare? Non è il ritmo che mi ispira a suonare, è l’armonia, la melodia, sono loro che conducono.
Immagino che le prove con la band di Pascoal siano qualcosa di molto impegnativo...
Nei primi 10 anni dell’esperienza con Hermeto provavamo sei ore al giorno, dal lunedì al venerdì, e non si riusciva a suonare con altri gruppi perché la quantità di lavoro era davvero grande. Solo a partire dal 1996 ho avuto più tempo, e oggi prendo parte a diverse situazioni oltre a quella con Hermeto: ad esempio, suono bossanova con Marcos Valle, Leni Andrade, Johnny Alf, João Donato, e chôro e jazz col quartetto di Hamilton de Hollanda.
C’è spazio per l’improvvisazione nelle composizioni di Pascoal?
Molto: mi dice sempre che tutto quello che scrive per la batteria sono guide, ma dipende da me cosa voglio suonare. Se c’è qualcosa che non gli piace allora me lo dice, ma è normale visto che il suo ruolo è quello del leader, tanto che può dare dei suggerimenti durante lo svolgimento stesso di uno show. Anche il resto della band crea durante i concerti, è una costante che Hermeto ricerca esplicitamente: per questo il lavoro del gruppo di Pascoal è stato paragonato a quello di Frank Zappa e della Sun Ra Orchestra.
Ho visto che il set con il quale ti esibisci nel quartetto di Hamilton de Hollanda prevede un tamborím posizionato al posto di un tom, spesso suonato con le spazzole:
Quello è un set misto concepito in modo tale che quando ascolti sembra che ci siano un batterista ed un percussionista che suonano assieme: ho sviluppato questa visione suonando con Hermeto. Adoro le percussioni, e credo che ogni batterista dovrebbe suonarle, perché aprono i tuoi orizzonti: posso pensare al drumset come ad un’insieme di percussioni i cui pezzi posso usare a mio piacimento, oppure come ad una batteria tradizionale, dipende dalla situazione nella quale mi trovo. Con Hermeto, ad esempio, devo avere una mentalità prettamente batteristica, però quando posso preferisco pensare da percussionista, in quanto credo che il lavoro risulti più creativo: tale visione permette infatti di rimanere più aperti ai cambiamenti di timbro, dinamica e sonorità, e fa si che si possa uscire dall’aspetto più propriamente del groove per entrare in quello dei colori, dimensione che le percussioni propiziano molto.
Che differenza di mentalità devi avere tra il suonare in un contesto di musica strumentale e l’accompagnare invece dei cantanti?
Ogni cosa ha il suo posto: se sto accompagnando qualcuno, supponiamo un cantante, devo fornirgli il supporto necessario del quale ha bisogno, ma questo non significa che io debba suonare burocraticamente: solitamente quando ascolto un disco di bossanova è tutto suonato in modo molto burocratico! Invece, ad esempio, a Roberto Menescal e Wanda Sá piace suonare con me perché quando suono butto la legna sul fuoco, come dicono loro, sto sempre lì a spingere: questo però sempre rispettando lo stile, lo spazio che ho a disposizione e i musicisti con i quali sto suonando. Penso che bisogna mantenere questo elemento creativo, cioè l’avere per meta il dare un supporto stabile e piacevole a chi si sta accompagnando, ma senza necessariamente autoincarcerasi. Ci sono musicisti ai quali ciò non va bene, e anche questo va accettato: se qualcuno mi chiede di suonare in maniera più standard durante una registrazione allora lo faccio, ma normalmente ho il piacere che le persone mi lascino quella libertà della quale parlavo poc’anzi. Comunque, devi essere in linea con l’idea che ti sta venendo richiesta e aperto alle necessità degli altri: credo sia una postura professionale importante.
Hai lavorato anche con musicisti europei e nordamericani: le mentalità che hanno sono differenti in maniera significativa dalla tua? E sei tu che ti devi adattare al loro modo di lavorare, o viceversa?
No, a loro piace la maniera nella quale lavoro: vedi, quando queste persone ti chiamano, lo fanno proprio perché che tu possiedi quell’elemento che a loro manca. L’anno scorso mi invitarono ad esempio Gilson Peranzeta e Joyce a Colonia per partecipare ad un progetto chiamato Brasil Today, che prevedeva l’affiancamento di un batterista alla big band della WDR per provare, registrare e proporre dal vivo il materiale prodotto. I musicisti facenti parte della big band non mi conoscevano e suggerirono di chiamare un batterista americano che suonava musica brasiliana, ma Joyce pretese che fossi invece io a prendere parte alla cosa. Rimasi in Germania un mese per lavorare a Brasil Today, e adesso che la stessa big band sta preparando un nuovo progetto mi ha richiamato per farne parte, inoltre l’anno prossimo sarò in Danimarca a lavorare con un’altra big band del posto. Certo, all’inizio c’è sempre un po’ di preoccupazione: “arriva questo qua dal Brasile”, “andrà tutto bene?”. Io tranquillizzo sempre tutti, ma sulle prime c’è un po’ si apprensione: poi quando vedono come lavoro, che leggo a prima vista, etc., le persone si sciolgono e le cose vanno sempre bene. Penso che tu debba essere in grado di trovarti in qualsiasi parte nel mondo e poter suonare con i musicisti locali: quindi, devi essere preparato.
Svolgi anche un’attività di insegnamento?
Lavoro molto come insegnante, a Rio de Janeiro dò molte lezioni individuali e conduco diversi workshop. Ne ho tenuto uno al conservatorio di Colonia, quando ho lavorato lì per il progetto Brasil Today, e ne ho fatto uno anche a Norimberga. Tutti gli anni insegno a Brasilia dove in Gennaio si tiene un corso di tre settimane che si chiama Corso Internazionale estivo della Scuola di Musica di Brasilia, al quale prendono parte studenti da tutto il mondo. Ci insegno batteria già da quattro anni, e soltanto lì ho 40 allievi, è un lavoro molto intenso! Però mi piace perché a Brasilia insegno la parte di musica popolare ma suono nell’orchestra sinfonica, con la big band, suono musica da camera, etc: inoltre, insegnare è una maniera per riprendere argomenti studiati in passato. Comunque studio molto per poi dimenticare, ossia arrivare al concerto e creare usando ciò che è già nel mio subcosciente, in relazione a ciò che la musica mi richiede.
Ho visto che hai suonato al festival di musica strumentale di Niteroi organizzato da Arthur Maia: com’è la scena della musica strumentale in Brasile, e qual’è la sua importanza?
Questo genere musicale non ha mai avuto molto appoggio dai media in Brasile, ma la situazione è migliorata molto: a Rio de Janeiro ci sono diversi progetti di musica strumentale, con dei giovani che suonano davvero bene e vari locali dove potersi esibire. Questo tipo di musica ha un compito molto importante, che è quello di formare i grandi strumentisti brasiliani. C’è anche chi preferisce accompagnare cantanti per tutta la vita, ma io scelgo sempre la strada contromano, per me l’ultima scelta è accompagnare un cantante: io sono figlio della musica strumentale! I cantanti coi quali suono non sono cantanti ma amici, come Roberto Menescal e Wanda Sá, che mi lasciano la libertà di esprimermi. E’ interessante che queste persone, considerati i vecchi della bossanova, mi diano piena libertà espressiva, no?
I tuoi prossimi progetti?
Sto registrando il mio primo disco solista ora, a 46 anni, e tornerò tra poco in Brasile per terminarlo.
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