
Incontriamo il baiano Giba Conceição in occasione dell’edizione del Ferrara Busker’s Festival 2005, annuale happening musicale che raccoglie artisti da ogni parte del mondo, al quale il “nostro” ha partecipato quale componente del quartetto di musica strumentale dei chitarristi Amadeu Alves e Fabrício Rios. Insignito nel 1987 – dopo solo un anno di carriera professionale – del Premio Caymmi come musicista rivelazione dell’anno, Giba ha suonato e registrato con alcuni mostri sacri della musica brasiliana quali Gilberto Gil, Gerônimo, Margareth Menezes, Paulinho da Viola ed il giamaicano Jimmy Cliff. Percussionista tra i più creativi della scena di Salvador degli ultimi 20 anni, Giba è coinvolto in diversi progetti, spesso accomunati da un profondo impegno culturale e divulgativo delle proprie radici afrobrasiliane.
Com’è avvenuta la tua formazione musicale?
La mia famiglia proviene da una cultura africana: una delle mie nonne faceva parte di un terreiro di candomblé de caboclo (religione brasiliana nella quale vengono venerati principalmente i caboclos, entità rappresentanti gli spiriti degli indios sterminati dai primi colonizzatori europei, nda), l’altra di un terreiro di umbanda (vedere l’intervista a Dudu Tucci su Percussioni n°162, nda). Tutte le domeniche la mia famiglia si riuniva per mangiare assieme e fare samba, musica che a mio padre piaceva molto, e visto che lui aveva una condizione economica migliore di quella degli amici comprava loro gli strumenti per ascoltarli suonare. Quando avevo 13 anni portò a casa una cuica, alla quale mi appassionai subito e che è diventata poi la mia percussione preferita, e visto che avevo dei vicini ai quali piaceva suonare il samba, divenni il cuichero di quel gruppo. Quindi il mio primo appendistato fu tutto con il samba e i suoi strumenti: pandeiro, tamborím, surdo, chocalho, agogó, timbau.
Trent’anni fa c’era già il timbau?
Il timbau ed il tamborím avevano ancora la pelle animale: ho 43 anni, perciò ho avuto il piacere di vedere il “lumicino” della cultura dei samba de roda di Bahia, quelle cose che la gente faceva per amore, per divertimento, e che poi si sono trasformate in mero commercio. A 16 anni cominciai a frequentare i bar dove si faceva musica dal vivo e a suonare mpb – musica popular brasileira, nda - , continuando a studiare da solo. A 18 anni tentai di iscrivermi ad una scuola di musica, l’unica allora a Salvador, ma la competizione per entrare era molto alta e venni scartato causa la mia allora scarsa capacità di lettura a prima vista, cosa per la quale mi sentì molto discriminato.
E non hai più tentato di iscriverti a quella scuola?
Beh, ora conduco dei workshop proprio lì! Comunque in seguito ho studiato lettura da solo, anche se a tutt’oggi la mia frustrazione è quella di non avere ricevuto anche una formazione accademica. Comunque quello che ho appreso non si insegna in nessun istituto, ed è la percussione popolare: si può dire che la mia vera scuola siano stati i locali dove si esegue musica dal vivo, suonando vari generi musicali.
Parlami del progetto Odantalan: cos’è e cosa rappresenta?
Nel 2001 un compositore e creatore di strumenti musicali portoghese-angolano, Victor Gama, ebbe l’idea di riunire varie personalità da vari luoghi della diaspora africana per far rivivere la cultura bakongo attraverso la musica e la storia dell’arte. Del progetto fanno parte anche il cubano Barbaro Martinez-Ruíz, professore all’Università di Yale e specialista nel sistema di grafia bakongo; il colombiano Hugo Candelário, suonatore di marimba dell’Università del Valle di Cali. Inoltre l’angolano Kituxy, musicista e compositore appassionato di hungo, kissange e percussioni in generale; la colombiana Ana Arango, del Dipartimento di Antropologia dell’Università delle Ande di Bogotá, che è anche una importante cantante di musica folclorica colombiana. Il cubano Felipe Garcia Villamil, costruttore di tamburi di tradizione kongo e profondo conoscitore delle tradizioni iyesa, yoruba e abakuà di Cuba; infine gli angolani Paulino Kassanje, Neves Moreira e Pascoal Monteiro, che formano un trio di marimba africana molto importante a livello mondiale e collaborano con il Museo Nazionale di Antropologia di Luanda.
Ci riunimmo in Angola per 13 giorni senza che ci conoscessimo tra noi e cominciammo a scambiarci informazioni e ad interagire: qualcuno improvvisava con il suo strumento e gli altri si inserivano con il proprio, creando composizioni spontanee ma attraverso un linguaggio comune pre-esistente, un processo di lavoro davvero affascinante. Nella mia formazione culturale c’è anche la capoeira angola, che pratico tutt’ora regolarmente, ed è stato molto interessante incontrarsi con un africano che suona l’ungu,ossia una specie di berimbau, strumento appunto presente nella musica di capoeira.
Com’è fatto l’ungu?
E’ un berimbau, solo che la cabaça – ovvero la cassa risonante dello strumento, nda – si trova al centro dello strumento, non è al solito “palmo” di distanza dalla base, e si usa un collo di bottiglia inserito nel pollice per toccare la corda da dietro, e l’indice per suonare la corda dal lato anteriore: quindi c’è un suono doppio! E non abbinano a questo strumento il caxixi, come invece si fa in Brasile (vedere l’intervista a Emilia Biancardi, n°xxxdi percussioni, nda).
Il progetto Odantalan ha avuto un seguito?
E’ stato pubblicato un libro con cd allegato in 1000 copie, e l’idea era che fosse un progetto itinerante, ma ci sono difficoltà a livello di finanziamenti anche se pare che già quest’anno riusciremo a proporlo in Colombia: vengo da là proprio ora, e ho visto che ci sono musicisti della costa del Pacifico che suonano un ritmo che è usato nel candomblé baiano, che è il bravum, solo che lì ha un altro nome! Questo mi fa pensare al fatto che in Giamaica c’è un ritmo chiamato kumina che è la base del samba de caboclo suonato nel candomblé de Angola, solo che là ha un nome differente: quindi le stesse cose sono sparse ovunque!
Hai partecipato alla produzione di un cd chiamato Nossa Senhora do Rosario dos Pretos:
E’ stato il produttore Jota Veloso a contattarmi per questo progetto: a Bahia c’è appunto una chiesa che si chiama Igreja da Nossa Senhora do Rosario dos Pretos, dove storicamente si officia la messa cattolica accompagnata però dal suono dei berimbaus, degli atabaques e da canti afro-brasiliani. Durante la celebrazione della messa abbiamo registrato in studio mobile tutta la parte musicale della cosa, arricchita dalla presenza di artisti quali Olodum, Ilé Aiyé, Grupo Ofá, Filhos de Gandhi, Margareth Menezes e Tonho Matéria, e abbiamo poi realizzato il missaggio finale in studio.
E il progetto di live looping che hai in duo col chitarrista Matthias Grobb?
Io e Matthias ci siamo conosciuti quando lui lavorava come tecnico del suono per la band del cantante Lazzo, della quale faccio parte: Matthias è l’inventore dell’Echoplex, l’unico campionatore che permette di creare davvero mentre si fa looping in tempo reale. Nei nostri live interagiamo creando delle atmosfere dove le sue parti di chitarra molto meditative interagiscono e reagiscono continuamente alle mie ritmiche.
Com’è avvenuta la tua formazione musicale?
La mia famiglia proviene da una cultura africana: una delle mie nonne faceva parte di un terreiro di candomblé de caboclo (religione brasiliana nella quale vengono venerati principalmente i caboclos, entità rappresentanti gli spiriti degli indios sterminati dai primi colonizzatori europei, nda), l’altra di un terreiro di umbanda (vedere l’intervista a Dudu Tucci su Percussioni n°162, nda). Tutte le domeniche la mia famiglia si riuniva per mangiare assieme e fare samba, musica che a mio padre piaceva molto, e visto che lui aveva una condizione economica migliore di quella degli amici comprava loro gli strumenti per ascoltarli suonare. Quando avevo 13 anni portò a casa una cuica, alla quale mi appassionai subito e che è diventata poi la mia percussione preferita, e visto che avevo dei vicini ai quali piaceva suonare il samba, divenni il cuichero di quel gruppo. Quindi il mio primo appendistato fu tutto con il samba e i suoi strumenti: pandeiro, tamborím, surdo, chocalho, agogó, timbau.
Trent’anni fa c’era già il timbau?
Il timbau ed il tamborím avevano ancora la pelle animale: ho 43 anni, perciò ho avuto il piacere di vedere il “lumicino” della cultura dei samba de roda di Bahia, quelle cose che la gente faceva per amore, per divertimento, e che poi si sono trasformate in mero commercio. A 16 anni cominciai a frequentare i bar dove si faceva musica dal vivo e a suonare mpb – musica popular brasileira, nda - , continuando a studiare da solo. A 18 anni tentai di iscrivermi ad una scuola di musica, l’unica allora a Salvador, ma la competizione per entrare era molto alta e venni scartato causa la mia allora scarsa capacità di lettura a prima vista, cosa per la quale mi sentì molto discriminato.
E non hai più tentato di iscriverti a quella scuola?
Beh, ora conduco dei workshop proprio lì! Comunque in seguito ho studiato lettura da solo, anche se a tutt’oggi la mia frustrazione è quella di non avere ricevuto anche una formazione accademica. Comunque quello che ho appreso non si insegna in nessun istituto, ed è la percussione popolare: si può dire che la mia vera scuola siano stati i locali dove si esegue musica dal vivo, suonando vari generi musicali.
Parlami del progetto Odantalan: cos’è e cosa rappresenta?
Nel 2001 un compositore e creatore di strumenti musicali portoghese-angolano, Victor Gama, ebbe l’idea di riunire varie personalità da vari luoghi della diaspora africana per far rivivere la cultura bakongo attraverso la musica e la storia dell’arte. Del progetto fanno parte anche il cubano Barbaro Martinez-Ruíz, professore all’Università di Yale e specialista nel sistema di grafia bakongo; il colombiano Hugo Candelário, suonatore di marimba dell’Università del Valle di Cali. Inoltre l’angolano Kituxy, musicista e compositore appassionato di hungo, kissange e percussioni in generale; la colombiana Ana Arango, del Dipartimento di Antropologia dell’Università delle Ande di Bogotá, che è anche una importante cantante di musica folclorica colombiana. Il cubano Felipe Garcia Villamil, costruttore di tamburi di tradizione kongo e profondo conoscitore delle tradizioni iyesa, yoruba e abakuà di Cuba; infine gli angolani Paulino Kassanje, Neves Moreira e Pascoal Monteiro, che formano un trio di marimba africana molto importante a livello mondiale e collaborano con il Museo Nazionale di Antropologia di Luanda.
Ci riunimmo in Angola per 13 giorni senza che ci conoscessimo tra noi e cominciammo a scambiarci informazioni e ad interagire: qualcuno improvvisava con il suo strumento e gli altri si inserivano con il proprio, creando composizioni spontanee ma attraverso un linguaggio comune pre-esistente, un processo di lavoro davvero affascinante. Nella mia formazione culturale c’è anche la capoeira angola, che pratico tutt’ora regolarmente, ed è stato molto interessante incontrarsi con un africano che suona l’ungu,ossia una specie di berimbau, strumento appunto presente nella musica di capoeira.
Com’è fatto l’ungu?
E’ un berimbau, solo che la cabaça – ovvero la cassa risonante dello strumento, nda – si trova al centro dello strumento, non è al solito “palmo” di distanza dalla base, e si usa un collo di bottiglia inserito nel pollice per toccare la corda da dietro, e l’indice per suonare la corda dal lato anteriore: quindi c’è un suono doppio! E non abbinano a questo strumento il caxixi, come invece si fa in Brasile (vedere l’intervista a Emilia Biancardi, n°xxxdi percussioni, nda).
Il progetto Odantalan ha avuto un seguito?
E’ stato pubblicato un libro con cd allegato in 1000 copie, e l’idea era che fosse un progetto itinerante, ma ci sono difficoltà a livello di finanziamenti anche se pare che già quest’anno riusciremo a proporlo in Colombia: vengo da là proprio ora, e ho visto che ci sono musicisti della costa del Pacifico che suonano un ritmo che è usato nel candomblé baiano, che è il bravum, solo che lì ha un altro nome! Questo mi fa pensare al fatto che in Giamaica c’è un ritmo chiamato kumina che è la base del samba de caboclo suonato nel candomblé de Angola, solo che là ha un nome differente: quindi le stesse cose sono sparse ovunque!
Hai partecipato alla produzione di un cd chiamato Nossa Senhora do Rosario dos Pretos:
E’ stato il produttore Jota Veloso a contattarmi per questo progetto: a Bahia c’è appunto una chiesa che si chiama Igreja da Nossa Senhora do Rosario dos Pretos, dove storicamente si officia la messa cattolica accompagnata però dal suono dei berimbaus, degli atabaques e da canti afro-brasiliani. Durante la celebrazione della messa abbiamo registrato in studio mobile tutta la parte musicale della cosa, arricchita dalla presenza di artisti quali Olodum, Ilé Aiyé, Grupo Ofá, Filhos de Gandhi, Margareth Menezes e Tonho Matéria, e abbiamo poi realizzato il missaggio finale in studio.
E il progetto di live looping che hai in duo col chitarrista Matthias Grobb?
Io e Matthias ci siamo conosciuti quando lui lavorava come tecnico del suono per la band del cantante Lazzo, della quale faccio parte: Matthias è l’inventore dell’Echoplex, l’unico campionatore che permette di creare davvero mentre si fa looping in tempo reale. Nei nostri live interagiamo creando delle atmosfere dove le sue parti di chitarra molto meditative interagiscono e reagiscono continuamente alle mie ritmiche.
Il lavoro che ti è piaciuto di più tra quelli che hai fatto?
Sono molto legato alla cultura di radice africana: ogni anno vengo invitato a partecipare al Festival di Musica Strumentale di Bahia, diretto dal M° Zeca Freitas, che l’anno scorso mi ha dato la responsabilità di presentare un lavoro incentrato sulle percussioni. Ho scelto un repertorio di composizioni di candomblé e musiche di indios che ho eseguito con una formazione di 4 percussionisti più basso, piano e sax. Mi è piaciuto molto anche il lavoro che ho fatto con la cantante Margareth Menezes, con la quale ho lavorato per 6 anni.
Hai un progetto dove suoni solo musica tua?
Il progetto di musica strumentale del quale ti ho parlato va molto nella direzione delle cose che mi piacerebbe fare a mio nome, solo che in questo momento a Salvador è difficile trovare sponsorizzazioni per cose che escano in maniera così evidente da qualsiasi logica commerciale. Purtroppo adesso a Bahia è di moda solo robetta commerciale, e se non ti atteggi a “carino (bonitinho)”, c’è poco da fare...lavorare con la musica strumentale è complicato!
Altri progetti ai quali hai lavorato di recente?
Ho realizzato per la regista Nehle Franke la sonorizzazione di uno spettacolo teatrale che è la trasposizione scenica del libro Pedro Páramo dello scrittore messicano Juan Rulfo. Il tutto è ambientato in una città in cui tutti i protagonisti sono defunti e la narrazione è fatta da una persona deceduta: la produzione non accettava strumenti e suoni convenzionali, quindi ho dovuto ricercare suoni nuovi creando oggetti a percussione inusuali. Inoltre ho registrato con l’indio Wakay della tribù carirí-xocó un cd di musica indigena tradizionale mischiata cantata sia in lingua carirí-xocó che in portoghese: Wakay fa anche workshop portando la cultura indigena nelle scuole delle città, e ha creato una Ong per responsabilizzare altri indios a fare una parte di questo lavoro assieme a lui.
Qual’è il tuo rapporto con l’insegnamento?
Mi piace molto insegnare, e insegnare nella maniera nella quale ho appreso io. Ho avuto un maestro che mi mostrava “i segreti” degli strumenti, il quale mi diceva di non rivelare mai tutto quello che sapevo sugli stessi. Questo è un tipo di mentalità molto chiusa, perchè in questa maniera tra dieci allievi tu ne fai avanzare solo uno potenzialmente in grado di seguire il tuo cammino, ma io non ho questa paura: credo che veniamo al mondo per apprendere e tramandare il nostro sapere, perché poi che ce ne andremo, moriremo, e dobbiamo divulgare la nostra conoscenza per darle la possibilità di non esaurirsi con noi. Per me la percussione è un cammino di vita molto lungo, un cammino di espansione: comunichi col tuo io, coi tuoi dei, coi tuoi antenati, è una forma di meditazione. Suonare per gli altri per me è ancora un piacere forte, un sentimento speciale: se chi suona non sente questo, probabilmente sta assumendo solo una posa.
Sono molto legato alla cultura di radice africana: ogni anno vengo invitato a partecipare al Festival di Musica Strumentale di Bahia, diretto dal M° Zeca Freitas, che l’anno scorso mi ha dato la responsabilità di presentare un lavoro incentrato sulle percussioni. Ho scelto un repertorio di composizioni di candomblé e musiche di indios che ho eseguito con una formazione di 4 percussionisti più basso, piano e sax. Mi è piaciuto molto anche il lavoro che ho fatto con la cantante Margareth Menezes, con la quale ho lavorato per 6 anni.
Hai un progetto dove suoni solo musica tua?
Il progetto di musica strumentale del quale ti ho parlato va molto nella direzione delle cose che mi piacerebbe fare a mio nome, solo che in questo momento a Salvador è difficile trovare sponsorizzazioni per cose che escano in maniera così evidente da qualsiasi logica commerciale. Purtroppo adesso a Bahia è di moda solo robetta commerciale, e se non ti atteggi a “carino (bonitinho)”, c’è poco da fare...lavorare con la musica strumentale è complicato!
Altri progetti ai quali hai lavorato di recente?
Ho realizzato per la regista Nehle Franke la sonorizzazione di uno spettacolo teatrale che è la trasposizione scenica del libro Pedro Páramo dello scrittore messicano Juan Rulfo. Il tutto è ambientato in una città in cui tutti i protagonisti sono defunti e la narrazione è fatta da una persona deceduta: la produzione non accettava strumenti e suoni convenzionali, quindi ho dovuto ricercare suoni nuovi creando oggetti a percussione inusuali. Inoltre ho registrato con l’indio Wakay della tribù carirí-xocó un cd di musica indigena tradizionale mischiata cantata sia in lingua carirí-xocó che in portoghese: Wakay fa anche workshop portando la cultura indigena nelle scuole delle città, e ha creato una Ong per responsabilizzare altri indios a fare una parte di questo lavoro assieme a lui.
Qual’è il tuo rapporto con l’insegnamento?
Mi piace molto insegnare, e insegnare nella maniera nella quale ho appreso io. Ho avuto un maestro che mi mostrava “i segreti” degli strumenti, il quale mi diceva di non rivelare mai tutto quello che sapevo sugli stessi. Questo è un tipo di mentalità molto chiusa, perchè in questa maniera tra dieci allievi tu ne fai avanzare solo uno potenzialmente in grado di seguire il tuo cammino, ma io non ho questa paura: credo che veniamo al mondo per apprendere e tramandare il nostro sapere, perché poi che ce ne andremo, moriremo, e dobbiamo divulgare la nostra conoscenza per darle la possibilità di non esaurirsi con noi. Per me la percussione è un cammino di vita molto lungo, un cammino di espansione: comunichi col tuo io, coi tuoi dei, coi tuoi antenati, è una forma di meditazione. Suonare per gli altri per me è ancora un piacere forte, un sentimento speciale: se chi suona non sente questo, probabilmente sta assumendo solo una posa.
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